Il trasformismo politico all’italiana

Dall’alleanza giallo-verde a quella giallo-rossa il passo è stato breve. Molte persone, in questo ultimo periodo, si sono stupite o arrabbiate della deriva politica che stiamo vivendo; ma come sempre la storia ci viene in soccorso e ci aiuta a capire che ciò che sta accadendo altro non è che la prosecuzione di un trasformismo politico che ha radici fin dai tempi dell’Unità d’Italia.

Le maggioranze parlamentari vengono costruite a tavolino dai partiti che si alleano in ottemperanza a “patti di governo” o ad accordi programmatici, che riescono a mettere insieme anche anime molto diverse tra loro. E in questi giochi di palazzo, i partiti scendono in secondo piano rispetto alle varie personalità politiche del momento, che catalizzano l’attenzione pubblica e mediatica.

Il trasformismo, iniziato con il governo Depretis durante gli anni Settanta del 1800, è continuato con i governi di Crispi e Giovanni Giolitti (fine Ottocento e primo decennio del Novecento), assumendo sempre più una connotazione negativa, poiché legato a doppio filo a fenomeni di corruzione, degrado morale e scarso coinvolgimento dell’elettorato – peraltro ancora ridotto per sesso e censo.

La Destra e la Sinistra Storica, capisaldi del sistema bipartitico che aveva caratterizzato lo scenario politico post-unitario, scompaiono o meglio si evolvono verso un trasformismo che caratterizzerà da lì in avanti la vita politica del nostro Paese.

Insomma il trasformismo non è una pratica moderna, ma è una costante della democrazia italiana. E con la fine della Prima Repubblica e il ritorno a un sistema bipartitico con la Seconda (Centro-Destra e Centro-Sinistra), le pratiche trasformistiche non sono venute meno, anzi in un certo senso sono diventate un’abitudine che ha appianato le contrapposizioni ideologiche e le divergenze politiche in cambio di accordi di palazzo e voti.

Con l’avvento della Terza Repubblica e l’inizio del cosiddetto “tripolarismo”, con l’entrata in campo del Movimento 5 Stelle, gli equilibri politici esistenti sono stati spezzati. Però la svolta non è arrivata e adesso il nuovo contendente cerca l’appoggio dei vecchi giocatori per continuare la partita, secondo logiche politiche ormai stagionate.

Senza una forte ideologia, che non sia semplice demagogia di piazza, il confronto nelle aule parlamentari e nelle piazze mediatiche si è inasprito, trasformandosi in attacco diretto ai leader politici considerati rivali, arrivando a quella che è stata definita una “personalizzazione della politica“.

Ne emerge che i politici moderni, slegati da doveri – se non di coerenza morale – verso i propri elettori, tengono una condotta di azione e pensiero indipendente, anche rispetto al partito che rappresentano. E questo è un bene perché garantisce la pluralità di opinione, ma diventa un problema – se non politico, almeno etico – quando per governare si passa ad usare come stampelleindistintamente, forze di destra o di sinistra .

E gli elettori vengono lasciati spaesati, gli accordi si faranno in Aula e il loro parere non sarà richiesto.

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