Se perdiamo l’arte dimentichiamo noi stessi

L’Italia sta perdendo la sua identità. È un processo che alcuni pensano sia iniziato con la fine degli anni ’70 e l’inizio delle migrazioni, con la crisi economica degli anni Duemila o sia più recente: ma l’Italia da secoli si sta ormai dimenticando “chi” fosse e ormai facciamo fatica a tenere insieme i pezzi di queste anime disperse. E lo specchio di questo sentimento sono anche l’abbandono e l’incuria in cui versa il patrimoni storico, archeologico, artistico (in una parola culturale) del Belpaese.

65_big.jpgDa Torino a Napoli, da Verona a Cosenza  ̶  solo per stare in Italia  ̶  centinaia sono le ville, i muri, gli acquedotti, le strade, i porticati e gli oggetti rinvenuti e poi abbandonati, dimenticati, distrutti o peggio sfregiati dagli stessi turisti (è il caso della statua di Nettuno di Roma e delle scritte sul Colosseo solo per citarne alcuni della memoria recente). E dimenticando, perdiamo parte della nostra storia, che è la storia dell’Occidente stesso.

Secondo l’indagine effettuata dall’Istat, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo, nel 2011 le aree o parchi archeologici erano 240, mentre 501 i monumenti e i complessi monumentali. Ma in realtà le bellezze del nostro Paese sono molte, ma molte di più.

PalmiraE se ci spostiamo nel Vicino e Medio Oriente non possiamo non pensare ai Santuari di Palmira in Siria distrutti dalle guerre di Daesh, alla Moschea degli Omayyadi di Aleppo, ai Buddha giganti di Bayiman in Afghanistan distrutti dai talebani o alla necropoli di Cirene in Libia. Tutte queste bellezze ormai si potranno vedere solo in fotografia e sui libri. Perché l’uomo cancella il suo passato? Crede così di poter ricostruire il futuro senza dover rendere conto alla storia? Si sbaglierebbe di grosso.

I beni artistici e architettonici che la storia sottrae allo scorrere del tempo, e che giungono fino a noi, abbiamo il dovere di tutelarli, sono il lascito dei nostri antenati, la nostra eredità. Eppure noi la trascuriamo, la disperdiamo in vari musei, ne perdiamo le tracce, nonostante potrebbe essere la chiave per fare ripartire l’economia di tanti Paesi. Non servono altre Pompei, non serve la “politica del rattoppo”, ma investimenti lungimiranti e più consapevolezza da parte delle Istituzioni verso un tesoro che spesso ci è arrivato per pura fortuna.

La cultura pare non interessi più a molti, ma quando accadono fatti dolorosi come l’incendio della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, dello scorso 15 aprile, ecco allora che tutti si stringono intorno al popolo francese e insieme pregano per la salvezza di un monumento che rappresenta la coscienza stessa dell’Europa.skip-the-line-notre-dame-cathedral-towers-and-ile-de-la-cite-with-host-in-paris-575199

Come scrisse Victor Hugo nel suo romanzo Notre-Dame de Paris uscito nel 1831: “Senza dubbio è ancora oggi un maestoso e sublime edificio”. Ma, aggiunge, “così bello che è stato preservato con il passare degli anni, difficile non sospirare, non essere indignato per degradazioni, mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlo Magno che aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che aveva posato l’ultima”.

La maestosità di quell’edificio è insieme il simbolo della laicità e della religiosità della nostra tradizione e proprio su queste apparenti contraddizioni sono state poste le radici dell’Europa. Quando perdiamo parte del nostro patrimonio storico, perdiamo parte di noi stessi. E senza passato, quale futuro pensiamo di avere?

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