Ius soli, la cittadinanza è un diritto?

Dopo il sequestro dell’autobus pieno di bambini a San Donato Milanese è tornata attuale la questione dello ius soli. Ma prima di entrare nel merito cerchiamo brevemente di capire come funziona il diritto di cittadinanza nel nostro Paese. In Italia la cittadinanza si ottiene secondo il principio dello ius sanguinis, quindi per il fatto di essere figli di almeno un genitore italiano. Non mancano però casi in cui è possibile ottenerla sulla base di presupposti diversi e dietro espressa richiesta come nel caso di prolungata residenza (ius soli condizionato), matrimonio o altre situazioni disciplinate dalla legge n. 91 del 5 febbraio 1992.

In Italia quindi il diritto per sangue ha la precedenza, ma esistono altre ragioni per le quali si possa essere riconosciuti cittadini italiani. La cittadinanza  ̶  concetto complesso che richiama nozioni non solo di diritto, ma anche di storia, cultura, filosofia e tradizioni  ̶  sembra un sogno che tanti anelano, ma che non tutti riescono ad ottenere. Il problema in un Paese come l’Italia, che accoglie ogni anno migliaia di migranti, è sicuramente delicato e non starà a chi scrive quello di proporre soluzioni, se non quella di adoperare un buon senso condiviso.

Quello su cui volevo riflettere è l’Italianità, non solo in quanto aspetto identitario, ma come valore sociale e culturale che divide “noi” da “loro”. Cosa vuol dire essere italiani? Mangiare la pizza, usare la forchetta per gli spaghetti, essere in qualche modo collusi con persone poco raccomandabili o saper suonare il mandolino? Anche agli occhi dei nostri vicini l’immagine dell’italiano medio è storpiata da ingiusti pregiudizi.

Siamo più, e a volte meglio, di come ci descrivono, eppure sui giornali stranieri compariamo sempre per fatti ben poco lusinghieri. Nel resto del mondo e dell’Europa occidentale la maggior parte degli Stati ha varato varie forme di ius solis, ad esempio quello definito doppio ius soli (come in Portogallo per cui si è portoghese se figlio di stranieri che però erano a loro volta nati nel Paese).

Come si fa a stabilire nel XXI secolo, attraverso il requisito del sangue, la cittadinanza di qualcuno? I popoli e le genti si sono mescolati per secoli e ormai italiani “di sangue” credo ne esistano davvero pochi. Chi di noi non ha un parente che magari viene da altre parti d’Europa, un cugino francese, un nonno austriaco?

Camillo-Benso-conte-di-CavourIl Belpaese è stato per lunghi periodi terra di conquista e di razzie, i suoi confini erano mobili, incerti e facili da valicare. L’Istria, la Dalmazia, il Trentino sono state regioni su cui a lungo si è dibattuto e neanche la storia è riuscita a fare chiarezza. A Bolzano tanti italiani parlano dialetti tedeschi e invece nel Canton Ticino, gli svizzeri hanno come lingua ufficiale l’italiano, ma guai a chiamarli italiani! Loro sono svizzeri e a quanto pare non basta la lingua per fare un popolo. Mi tornano alla mente le famose parole di Camillo Benso conte di Cavour: “Adesso che abbiamo fatto l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”. E credo che ancora il lavoro non sia finito: che ci si stia provando lo ius culturae?

Cosa ci definisce allora Italiani? Una lingua, cultura, storia o religione condivisi? Le religioni si evolvono, la storia cambia e le culture possono arricchirsi di nuovi dettagli. L’unica verità è che la cittadinanza non dovrebbe essere un semplice diritto, una scritta sul documento di identità, per farci esistere agli occhi dello Stato; dovrebbe essere dovere dei cittadini dimostrarsi degni di averla, rendendo lustro al loro Paese, nei modi che le diverse capacità e ambizioni personali permettono. Se la cittadinanza non fosse un diritto, spesso acquisito, avremmo tutti il dovere di meritarcela.

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