Peter Norman, il contestatore silenzioso

Le Olimpiadi di Città del Messico del 1968 furono fra le più controverse della storia dei giochi: il Comitato Olimpico Internazionale dimostrò la sua incapacità nel farsi portatore di autentici valori sportivi e voltò la testa davanti alle violenze del governo del presidente messicano Gustavo Diaz Ordaz, che fu al centro delle critiche dell’opinione pubblica, quando l’esercito sparò nella Piazza delle Tre culture sugli studenti che manifestavano contro le ingenti spese per la costruzione degli impianti sportivi per ospitare la prestigiosa manifestazione, in un Paese in cui si moriva di fame.strage messico.jpg

Dieci giorni dopo quei fatti, i Giochi Olimpici iniziarono come niente fosse accaduto. Era l’anno della Primavera di Praga, degli assassinii del leader dei diritti dei neri Martin Luther King e del presidente Robert Kennedy, della guerra civile e della tremenda carestia del Biafra, delle impiccagioni a sfondo razziale in Rhodesia e Sudafrica, del maggio francese e della dilagante rivolta giovanile.

Tutti conosciamo l’iconica fotografia di John Dominis che immortala il podio della garail saluto dei 200 metri: sul gradino più alto lo statunitense Tommie Smith e al terzo posto il compagno John Carlos entrambi con i pugni fasciati di nero alzati al cielo e la testa china in avanti, in segno di protesta contro i soprusi a danno dei neri e a sostegno dei movimenti definiti “Black Power”. In questa immagine quasi non si nota l’atleta che vinse la medaglia d’argento, sembra fuori luogo in quel momento così toccante e doloroso, eppure fu quello che più di tutti pagherà il prezzo di quel dissenso silenzioso.

 

L’atleta è il velocista australiano Peter Norman, probabilmente il più medagliato della storia del suo Paese. Quel giorno riuscì nello sprint finale a inserirsi tra i due rivali e portò a casa un enorme successo. Ma fu sul podio che dimostrò tutto il suo carattere. Durante la premiazione infatti, per solidarietà con i due atleti afro-americani, indossò lo stemma dell’Olympic Project for Human Rights, un gesto considerato sovversivo che gli costò l’esclusione da molte competizioni e una ingiustificabile damnatio memoriae.

Le scuse e i riconoscimenti arrivano troppo tardi, dopo una vita di successi negati, come l’esclusione dalle Olimpiadi di Monaco del 1972. Nel 2006 Peter morì per un infarto e  l’unico gesto davvero importante fu quello di Smith e Carlos che sorressero la bara dell’amico nel suo ultimo viaggio. La federazione statunitense di atletica leggera ha proclamato il 9 ottobre “Peter Norman Day” e solo nel 2012 il Parlamento Australiano approva una tardiva dichiarazione per scusarsi con quell’uomo che aveva fatto dei valori dello sport, della solidarietà e del rispetto, i valori di una vita. Nel 2008 è uscito il docu-film “Il Saluto”, girato dal nipote del velocista, Matt Norman, che racconta la storia dietro quell’incredibile gesto di impegno e dissenso.

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