Lezioni spirituali per giovani samurai

Questo libro raccoglie cinque testi che Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka, mishima nello studio.jpegscrisse tra il 1968 e il 1970, anni di fermento sia per la vita dello scrittore che per il mondo intero, che stava attraversando una rivoluzione culturale portata avanti da una nuova generazione di giovani. Il libro offre uno spunto per capire le tensioni sociali e le contraddizioni che attraversavano in quegli anni il Giappone e contro le quali l’autore si scagliava, ma che racchiudono anche il significato simbolico del suo suicidio.

I due temi principali che percorrono il libro sono la sfiducia nell’arte e l’azione. Il primo capitolo “Lezioni spirituali per giovani samurai” raccoglie quelle che potremmo definire delle indicazioni morali, rivolte principalmente ai ragazzi. Mishima ragiona sull’arte e la letteratura arrivando ad affermare che la vita come l’arte non abbia nessun significato. Riflette sulla politica, una sorta di teatro in cui la società si esibisce e allo stesso tempo diventa spettatrice della storia. Il testo è pervaso da una tensione spirituale continua; l’autore analizza il senso del coraggio domandandosi dove siano finiti i samurai nel mondo contemporaneo. Non dimentica di spiegare cosa sia l’educazione e l’etichetta; lega a doppio filo la disciplina morale e la pratica sportiva, l’una necessaria all’altra nel momento dell’azione. Riflette sulle potenzialità del linguaggio come ponte che, se usato con consapevolezza, unisce gli esseri umani.

Mishima organizza un confronto attento tra la cultura orientale e quella occidentale, che sente imposta ai Giapponesi dagli Americani, dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Opposti modi di vivere la corporeità e la sensualità, che è diversa dalla bellezza. Il modo di vestire, che all’inizio indicava il ceto a cui si apparteneva, adesso è uno status symbol che inganna, specchio del mondo falso in cui l’autore vive, e tragico lascito ai posteri. Molto giapponese il pensiero sulla puntualità, che permette all’autore di discorrere brevemente sul valore del tempo, l’unico che dà senso alle promesse. Ha una sfumatura politica la sua definizione del rispetto, in particolare per gli anziani, la ‘gerontocrazia’ che governa il mondo, che lascia poco spazio a giovani, che dice essere stati rinchiusi dalla società. Parla del genio che è frutto dell’impegno, perché, qualsiasi talento deve essere anche levigato e quindi esalta il valore dello sforzo, l’unico modo per essere riconosciuti socialmente.

tate-no-kai.jpgNel breve testo “L’ Associazione degli scudi” spiega come sia giunto all’idea di costituire una milizia popolare, cioè il desiderio di riaccendere la fiamma dello spirito guerriero giapponese che vede spegnersi. Nel capitolo “Introduzione alla filosofia dell’azione”, uno scritto denso, anche per i riferimenti a vari autori occidentali e non, chiarisce cosa intenda per azione, non semplicemente quella fisica, ma anche politica e morale, in cui la spiritualità diventa una sorta di molla che attiva e guida l’azione. E la bellezza dell’azione sta proprio nella sua forza travolgente, in quel lampo, in quel singolo momento che vale un’esistenza intera. Come tale l’azione non può che essere una pura decisione individuale in cui solitudine, tensione e tragicità si fondono per creare qualcosa di eccezionale. “Ma esiste qualcosa, in questa fragile vita, che più di un fuoco d’artificio possegga l’eternità dell’istante?”.

Incredibilmente attuale la sua analisi della società di massa di cui porta alla luce forza e debolezza e afferma come ogni rivoluzione nasca e divampi dall’animo di un unico essere umano. Considera la vita umana un valore, ma non il più importante, tanto che prima vengono per lui dignità e orgoglio, e in questo senso il passaggio letterario anticipa e offre una base teorica al suo suicidio. La vera azione, quella che dà significato alla vita, pare non esistere più e gli uomini sono costretti a venerare falsi miti, simulacri di un mondo vuoto in cui gli eroi sono ormai decaduti. Non risulta allora strano che nelle pagine de “I miei ultimi venticinque anni” Mishima scriva che vivere in un mondo che disprezza e sente di non condividere lo renda insicuro e il suo scopo come autore non potrà che essere quello di distruggere le basi di quel modernismo letterario pieno di ipocrisie. Lo scrittore sente di aver sperperato le energie senza aver compiuto qualcosa di davvero fondamentale, senza aver mosso la società al cambiamento e pare aver perso ogni speranza.

Nel novembre 1970, insieme a quattro affiliati del suo gruppo paramilitare occupa il ultimo discorso-mishima.jpgministero della Difesa e legge il “Proclama” riportato nelle pagine finali del libro: “Abbiamo veduto il Giappone del dopoguerra rinnegare, per l’ossessione della prosperità economica, i suoi stessi fondamenti, perdere lo spirito nazionale, correre verso il nuovo senza volgersi alla tradizione, piombare in una utilitaristica ipocrisia, sprofondare la sua anima nel vuoto”. In altre parti del libro aveva detto: “Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il “Giappone” è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare”. Mishima non riconosce il mondo che ha intorno e ritiene inutili e deboli le azioni per cambiarlo, altro non resta che il suicidio, attenzione, non come segno di protesta, ma come affermazione di più alti ideali, l’unica azione che davvero possa avere ancora qualche significato. Uno dei più grandi e prolifici scrittori giapponesi del dopoguerra si uccide così, come a voler negare la sua stessa scrittura, colpevole di non essere capace di indirizzare gli uomini al cambiamento; allora la domanda che bisogna porsi è: davvero la letteratura è così insignificante e inutile da finire nel vuoto?

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