Amba Aradam: quando una battaglia diventa un modo di dire

Amba Aradam è un altopiano dell’Etiopia, situato a sud di Macallè, nel sud-est della Regione dei Tigrè. Questo luogo divenne noto in Italia quando, nel 1936, il duca di Pistoia Filiberto di Savoia-Genova cercò di conquistarlo, nel contesto della sanguinosa Guerra di Etiopia, una delle pagine più buie e controverse della storia italiana. Ma non molti sanno che il termine ambaradan, per una crasi e storpiatura, viene proprio da questa battaglia.

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Storicamente gli eventi si collocano durante la guerra coloniale, fortemente voluta dal Duce, per permettere all’Italia di conquistare quel “posto al sole” che avrebbe fatto della modesta Penisola un Impero coloniale. La maggior parte degli Stati europei aveva già instaurato nel corso dei secoli i loro domini coloniali e all’Italia non restò che tentare l’impresa con uno dei pochi Paesi che aveva strenuamente cercato di mantenere la sua indipendenza: l’Etiopia.

Tra l’ottobre del 1935 e il maggio del 1936 il Regno d’Italia fu impegnato nella guerra d’Abissinia, il primo vero campo di prova del successivo conflitto mondiale. L’impiego di uomini fu smisurato, come anche di armi e mezzi. Più di 500 mila tra soldati italiani e alleati del luogo, i cosiddetti ascari e dubat, quasi il doppio delle truppe etiopi. La guerra aveva un enorme valore simbolico: la propaganda bombardò l’opinione pubblica ancora prima che i soldati entrassero nella capitale Addis Abeba. L’immagine del conflitto doveva glorificare gli sforzi del regime fascista nella costruzione dell’impero coloniale, che diventerà poi l’Africa Orientale Italiana.

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Nel febbraio del ’36 gli italiani, guidati dal generale Pietro Badoglio, e i loro alleati iniziarono una manovra per accerchiare il monte Amba Aradam. I Ras etiopi si accorsero troppo tardi della strategia italiana, ma apposero una strenua resistenza anche con azioni di guerriglia. La battaglia alla fine si risolse a favore degli invasori per mezzo dell’uso del gas iprite che, rilasciato a bassa quota dall’aviazione italiana, colpì anche i civili intossicandoli. L’imperatore deposto, Hailé Selassié, denunciò questo grave fatto alla Società delle Nazioni, ma senza ottenere alcun sostegno. Solo 60 anni dopo, nel 1996, l’Italia ammetterà l’utilizzo delle armi chimiche in Etiopia.

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La parola ambaradam è diventata da allora, per antonomasia, il modo con cui ci si riferisce ad una situazione complessa, difficile, insomma una confusione generale. Questo perché, durante la battaglia, gli italiani si allearono con tribù locali, che patteggiavano prima per l’una e poi per l’altra fazione, andando a creare un tale disordine sul campo di battaglia, tanto che alla fine non si riusciva a capire contro chi si combatteva. Uno scenario sanguinoso e grottesco, che ha dato con il tempo alla parola una velata vena ironica.

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