La Mennulara

La Mennulara, uscito per la Feltrinelli nel 2002, è il romanzo d’esordio di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice nata a Palermo che si trasferisce a Londra nel 1972 dove svolge la professione di avvocato dei minori. Questo romanzo è stato tradotto in molte lingue e ha vinto i premi Alassio 100 libri, Forte Village, Stresa e Novela Europea Casino de Santiago.

Aldo Busi ha definito La Mennulara «un divertimento maestoso» ed è difficile trovare una definizione più calzante: il romanzo a tratti tragicomico sembra strizzare l’occhio ad un tipo di ironia amara la cui tradizione si ritrova in tante opere di autori come Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia. Ci sono i nobili, gli arricchiti, le persone del popolo, gli impiegati, i preti e i mafiosi e l’orizzonte narrativo del romanzo si inserisce perfettamente nella realtà che è quella della Sicilia dei primi anni ’60, fatta di antiche tradizioni, rigide gerarchie, dure a scomparire, e “uomini d’onore”.

La storia è ambientata a Roccacolomba, un paese imprecisato dell’entroterra siciliano, nel 1963. Il lettore passa gli ultimi momenti al capezzale di una donna morente, “la Mennulara” (che in dialetto stava a idenficare chi raccoglieva le mandorle), al secolo Maria Rosalia Inzerillo, domestica della nobile famiglia Alfallipe, ormai decaduta, di cui prima era stata cameriera e dopo attenta amministratrice del patrimonio. Alla morte della donna si favoleggia sull’eredità che questa avrebbe lasciato, accumulata forse rubando alla famiglia o grazie alla complicità con la mafia, ma non esiste una risposta a queste perplessità che lasciano sconcerti Adriana, vedova di Orazio Alfallipe e i loro figli Lilla, Carmela e Gianni. Uno strano testamento, che sembra voler mettere alla prova i suoi padroni è l’unica traccia che viene lasciata ai protagonisti e al lettore.

In ogni breve capitolo le voci di diversi io narranti si sommano nel confuso chiacchiericcio di chi, popolano, impiegato o nobile vuole offrire la sua opinione su chi fosse davvero questa donna, una malfattrice, una “fimmina di panza” o un’ “amorevole tiranna”. Passata a lavorare per gli Alfallipe quando aveva 13 anni, non perde mai alcuni tratti del suo carattere, a volte rozzo, ma altrettanto risoluto; nel romanzo viene chiamata una “indefinibile creatura” che racchiude in sè molteplici passioni e sensibilità contrastanti, un personaggio profondo, che conosciamo attraverso il ricordo di chi la amava e chi credeva di avere motivi per detestarla.

Nel romanzo si assaporano scorci di Sicilia vivi e senza fronzoli, che mostrano l’affetto per una terra che è ormai nella memoria dell’autrice e per questo sembra che a volte il ricordo diventi a tratti romantico: il soffermarsi su sensazioni, colori e profumi rievoca sensazioni intense ma allo stesso tempo sfuggenti come a descrivere paesaggi che non esistono più. La lingua e la sintassi ci proiettano senza forzature nell’atmosfera del tempo, in cui il dialetto era la lingua di molti e restituiscono in maniera evidente la “sicilianità” del parlato; ma questo non rende difficile la lettura, anzi riesce a conferire pregnanza alle parole che coloriscono il contesto entro cui sono inserite.

Ne emerge un mosaico studiato e complesso, fatto di tanti punti di vista e presunte verità che solo insieme possono ricostruire la storia e sciogliere finalmente il mistero che sta dietro alla vita e alla morte della Mennulara. Il romanzo a tratti sembra il canovaccio di una pièce teatrale: le battute si inseguono rapide, quasi non danno il tempo di cogliere appieno le rivelazioni e i colpi di scena che portano con sè e costringono il lettore a rianalizzare la storia cambiando il suo approccio ai personaggi, per accorgersi alla fine che le verità possono essere molte, se non addirittura una beffa.

 

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