Al confine con il Messico

I primi di maggio l’amministrazione Trump ha annunciato “tolleranza zero” per quanto riguarda il controllo dei confini degli Stati Uniti. Questa politica prevede che chiunque attraversi il confine senza un’autorizzazione è soggetto all’arresto, e ad una detenzione fino a 180 giorni, per aver infranto una legge federale. Ma poichè i bambini non possono essere incarcerati insieme agli adulti, vengono trasferiti in strutture di accoglienza per minori e quindi finiscono per essere separati dai propri genitori.

Questa politica ha causato una crescita esponenziale del fenomeno della separazione delle famiglie e dai dati ottenuti dall’Associated Press pare che quasi 2000 bambini siano stati allontanati dal padre o dalla madre, nelle sole sei settimane che vanno dal 19 aprile al 31 maggio. Il governo afferma che questa politica sia nell’interesse dei minori, sostenendo che questi vengano portati via nel caso in cui i genitori necesitino di cure o su di loro penda un reato nel Paese di partenza o negli Usa. Per i Democratici questa politica ha il solo scopo di bloccare l’immigrazione ricattando i richiedenti asilo o immigrati con l’allontanamento dei figli.

La minaccia continua del Presidente Trump di costruire un muro che faccia da barriera tra il Messico e gli Stati Uniti dimostra la difficoltà con cui i governi di tutto il mondo si stanno rapportando con il tema dell’immigrazione. In un mondo ormai interculturale la chiusura sembra l’unica soluzione. Il dialogo, fatto spesso di populismi e luoghi comuni gettati in pasto alla folla crea confusione e malintesi.

Le migrazioni hanno da sempre rappresentato un aspetto ricorrente nella Storia dell’uomo, hanno permesso la sopravvivenza e lo sviluppo di molte civiltà che altrimenti sarebbero estinte, se per prime non avessero avuto il coraggio di passare oltre lo Stretto di Bering o di attraversare l’Asia. Eppure adesso non siamo più capaci di confrontarci con questo fenomeno. I confini nazionali sono così rigidi che non solo bloccano chi viene da fuori, ma rendono prigioniero chi c’è dentro.

L’accoglienza indiscriminata non è la soluzione, come non lo è il disfattismo. Dovrebbero crearsi sinergie tra Stati e Popoli, creare un tessuto sociale capace di accogliere il diverso e renderlo parte del proprio mondo. Si dovrebbe percorrere la strada del rispetto, tanto della cultura ospitante che di quella ospitata. Dopo tanti anni in un altro Paese ancora alcuni si sentono stranieri o ospiti indesiderati. Dividere il mondo tra un “noi” e un “loro” genera incomprensioni, discriminazioni, violenze. Chi sarà in grado di vincere la partita della migrazione avrà risposto a uno dei più grandi dilemmi del Terzo Millennio e da lì si potrà guardare finalmente al futuro.

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